Poi, prima, dopo, mentre
Falsi amici della narrazione immersiva.
Sembrano connettivi innocui, ma in realtà sono forme di tell mascherate, scorciatoie che tradiscono la natura del tempo narrativo immersivo. Quando scrivi in narrato immersivo, usare “poi” introduce un meccanismo subdolo: presuppone una consapevolezza posteriore da parte del narratore, come se sapesse già tutto e stesse riordinando gli eventi per il lettore. Ma nel presente dell’azione, questa consapevolezza non esiste. L’esperienza si vive nel suo fluire, non si organizza.
Nel momento in cui un personaggio agisce o percepisce, non sa cosa accadrà dopo. Dire “poi” significa riassumere, anticipare, spiegare — tutte operazioni estranee all’immediatezza. Ogni volta che inserisci un “poi”, rompi l’illusione dell’adesso, crei distanza tra il lettore e l’esperienza, e riporti la voce narrante su un piano riflessivo, quasi memoriale.
Lo stesso vale per “prima” e “dopo”: non fanno vivere il tempo, lo etichettano. E “mentre”, per quanto apparentemente inoffensivo, spesso introduce una gerarchia innaturale tra due eventi simultanei, come se uno fosse la cornice dell’altro, forzando un ordine che il personaggio non sta percependo consapevolmente. Ad esempio: “Mentre correva, pensava al litigio” è già una sintesi, una mappa mentale — non l’esperienza grezza della corsa né quella del pensiero.
Ecco un esempio concreto:
Non immersivo: Scattò in piedi. Poi corse verso la porta.
Immersivo: Scattò in piedi. Corse verso la porta.
Il secondo esempio abbandona la mediazione temporale. I fatti accadono. Il lettore li attraversa con il personaggio, senza che nessuno gli dica come metterli in fila.
Perché questi connettivi possono indebolire la narrazione immersiva:
Trasformano l’esperienza in un racconto già concluso, come se l’io narrante stesse ricordando o spiegando a posteriori.
Fanno percepire al lettore che c’è una struttura narrativa artificiale, non un flusso reale di eventi.
Sono incompatibili con il ritmo naturale delle percezioni, che non hanno bisogno di etichette temporali, ma semplicemente accadono, una dopo l’altra, nel caos fluido dell’adesso.
Nella narrazione immersiva, l’ordine lo dà la sequenza dei fatti, non un narratore che li ordina. Il lettore non ha bisogno che gli dici che qualcosa accade “poi” — se lo capisce da sé, vivendolo con il personaggio.
Questi connettivi non sono vietati in assoluto. Possono funzionare in contesti specifici o quando il narratore deve intervenire. Ma se l’obiettivo è l’immersione totale, vanno usati con estrema consapevolezza. Perché ogni “poi” è una fune che tira il lettore fuori dalla scena.