Il dolore nelle parole
Estratto
Il mio sguardo si posa sul tabellone. Stiamo perdendo uno a zero. Un gol. Ci basta un pareggio per approdare alla massima serie. Un’occasione che non posso lasciarmi sfuggire.
Lo stadio è gremito di tifosi. Corro smarcato nella zona centrale; il brusio si placa all’improvviso.
Michele riceve il pallone, lo stoppa e con una leggera pressione lo fa girare intorno al Quattro. Il mio compagno alza la testa, io sollevo il braccio. Lui mi vede e calcia di collo. Un tonfo cupo, i fili d’erba si sollevano e la palla schizza via. Arriva precisa, la controllo con il petto, con il piede destro la sposto a sinistra e oltrepasso il numero Due.
«Ezio! Qui!» urla Franco, libero sulla fascia sinistra.
Con un tocco morbido, simulo lo scatto a destra, giro le spalle, lo sguardo e persino il piede d’appoggio puntano in quella direzione.
Il marcatore abbocca, sbilanciandosi alla sua sinistra per anticiparmi; ho lo spazio per avanzare.
Il gigante mi si para davanti: un muro di muscoli e sudore. Invece di calciare, fingo il passaggio e ritraggo il piede destro, pronto a colpire. All’ultimo, trascino il pallone dietro la gamba d’appoggio con l’interno del destro. Il gigante si proietta in avanti e, con un movimento rotatorio, cambio lato e intravedo il varco tra i giocatori.
«Ciao, ciao, spilungone, se vuoi ti aspetto più in là.»
L’estremo difensore è lontano dai pali; concludo di collo.
La sfera vola, diretta all’angolo alto.
Il portiere si tuffa, non arriva e la rete si gonfia.
Il boato del pubblico dilaga tra le tribune. I miei compagni mi inseguono e mi abbracciano buttandomi a terra.
I giocatori rivali si posizionano a centrocampo. Due di loro saltellano vicino al cerchio in mezzo, pronti a battere la ripresa del gioco. Noi ci disponiamo dalla nostra parte.
Il loro capitano strilla, e il terzino agita le braccia coperte di tatuaggi tribali. Il Cinque si lancia in un tackle con i tacchetti rivolti in alto, salto per evitarlo, il sole mi acceca e lo stadio piomba nel silenzio. Un dolore lancinante mi assale. Cado a terra, gridando.
Alberto si precipita accanto a me. «Ezio, stai bene?»
L’arbitro fischia.
I miei occhi incrociano quelli spalancati di Alberto. Michele si morde il labbro inferiore e fissa il mio ginocchio. Manuel scuote il capo.
Due barellieri mi portano fuori; i tifosi sono silenziosi.