Capitolo 1

La strana bambina

Anori

Cinque anni dopo, 07 febbraio 2021
Lago Anjikuni Villaggio Inuit

Vicina alle nostre abitazioni apparve, dalla sera alla mattina, una casa di ghiaccio. Da allora un’anziana signora e una bambina, con la pelle bruna, iniziarono a circolare nella nostra comunità. E così arrivarono i guai.
 La pianura di ghiaccio e neve si estende a est, verso le montagne. A ovest, le vette increspate fanno da cornice grigia a una lastra bianca.
  Seduto in veranda su una vecchia sedia, scorro le dita sul legno ruvido dei suoi braccioli. La mano destra si ferma sul taglio netto. Con l’unghia dell’indice stacco una scheggia. Quella sinistra accarezza i segni di vecchie stoccate. Continuo e mi fermo su tre fori; sono bruciacchiati, sembrano causati da pallottole.
 Un fremito mi scuote le spalle. Il venticello arriva dal versante nord e porta con sé il profumo della carne sul fuoco. Il cielo oggi è limpido. Sui tetti, ricoperti dalla neve, spuntano canne fumarie e dalla loro bocca salgono colonne di fumo grigio. Cavi elettrici si allontanano dai pali in legno abbarbicati alle case.
 Appoggio la testa alla sedia. Le palpebre si appesantiscono; chiudo gli occhi. Le vecchie travi di legno cigolano, il berretto scivola e i capelli raccolti all'interno si sciolgono sopra le spalle. Sistemo il cappuccio. Silgiu è sparita. Si è spostata da un’altra parte. Ma dove si sarà cacciata? Giocava con il gatto, dovrebbe essere qua intorno.
  Al centro del villaggio, dei ragazzi gesticolano e discutono tra loro. Eccola!
  Si muove disinvolta tra i cani da slitta. Sem, il suo gatto, con macchie rossicce sparse sul mantello bianco, le si affianca. Lei lo afferra per la coda.
 Ma che cosa sta combinando? Oh no, i ragazzi si avvicinano. Devo raggiungerla per primo.
  Mi alzo dalla vecchia sedia e mi avvio a valle. Dietro di me lascio le impronte nella neve. Avevo visto bene, vuole che Sem indossi i pantaloni di una bambola. Vicino, un husky ringhia minaccioso. Il gattone non si preoccupa del cane. Distende le zampe, infila le unghie nel ghiaccio e miagola.
  Il micio soffia, lei molla la presa e lo blocca per il collo. «S-sta' femo Sem, si gela, lasciati vestie.»
  Un acuto miagolio si propaga tra le abitazioni.
 Mi fa un po’ pena. «Perché lo torturi così? Non ha bisogno di quella roba.»
  «A-anche tu sei vetito. Perché sei vetito? Perché fa freddo e quando si gela ci si cope. Sem deve mettersi i vetiti, come noi!»
  «Gli animali stanno bene senza i vestiti. Loro hanno la pelliccia.»
  Rotea gli occhi. «S-Sem è freddooso. Quando si avvicina e lo accaezzo mi accorgio che tema sempre, e fa un rumoe con i denti.»
  Sollevo le spalle. «Non ha freddo, fa le fusa.»
 Lei punta i piedi e irrigidisce le braccia. «T-ti ho detto che tema dal freddo, uffa, non sai nente.»
  Meglio lasciare perdere, inutile discutere. «Se lo dici tu.»
  Nonostante tutto quel tempo trascorso con lei, sento ancora una sensazione di disagio, quando mi osserva con quegli occhi grandi e diversamente colorati. Il destro verde smeraldo e il sinistro azzurro.
 Me la ritrovo a pochi centimetri e quasi mi viene un colpo.
 «T-tieni, ho una cosa per te.»
  Un dolce di sua nonna. Li ho assaggiati una volta e sono buonissimi. «Uno dei dolci leggendari di Luja?»
  Silgiu solleva gli angoli della bocca in un sorriso inquietante. «N-no, l’ho fatto io.»
 «Cosa? tu?» Indietreggio.
  Una striscia di moccio gli cola dal naso. Tira fuori la lingua e la passa sopra il labbro.
  Guarda la mano sinistra, la sfrega sulla giacca e la libera dai peli di Sem. La infila in tasca e ne estrae una fetta verde, all'apparenza molliccia e gelatinosa.
 «Che cos'è?»
 «U-un pezzo di tota, assaggiala.»
 Avvicino il dolce al naso. «Come mai la torta ha questo colore?»
  La bambina mi guarda con la testa inclinata. «P-perché? Che coloe dovrebbero avere le tote?»
  «Niente, pensavo a un colore un po’ meno; un po’ più. Non importa, ora sto bene così. Grazie la mangerò dopo.»
  Lei gonfia il petto e sorride. Una nuvoletta di vapore fuoriesce dallo spazio lasciato dalla mancanza di un dente.
  «P-preeio.» Si gira da ogni lato. «Dov’è finito il gatto malefio?»
 Conservo la fetta nella tasca del giaccone e mi guardo intorno.
  Meno male, i ragazzi si sono fermati distanti da noi. Uno di loro impugna qualcosa; sembra una lancia. La punta nella nostra direzione. Che intenzioni avrà?
  «Derek, cosa stai facendo? È pericoloso!»
  Un cane si avvicina alla bambina. Ringhia, digrigna e mostra i denti. Un filo di bava gli cola dalla bocca. Mia madre corre verso di noi.
  Parole al vento. Derek non mi ha sentito. Scaglia l’alabarda di legno, che fa un arco in cielo e si pianta tra il cane e la bambina. Silgiu solleva la faccia. L’animale trema, abbassa le orecchie, nasconde la coda tra le zampe e scappa.
 Forse era questa l'intenzione di Derek.
  La mia amica non si è accorta della lancia, è impegnata nella ricerca di Sem. Meglio così. Derek corre dalla nostra parte. Lei osserva la collina e sposta indietro la gamba sinistra, gli tocca la caviglia e lo fa cadere. La neve penetra tra le maniche della giacca.
 Lo sapevo, se le va a cercare; e a chi tocca levarla dai guai?
  Derek si alza, ripulisce i vestiti e gli si mette davanti. «Mi hai fatto cadere, perché?»
  Lei si guarda intorno. «Tu non sei uguae a me.» Si gratta il mento. «I-io non ho fatto nente, sei caduo da solo.»
  Arriva Sem, siede di fianco all’amica, si lecca la zampa e poi la rigira dietro l’orecchio. «S-Sem, hai rubato ancora cibo?»
  Il ragazzo stringe i denti e dà uno spintone a Silgiu. «Sto parlando con te!»
  Silgiu perde l’equilibrio e cade a terra. Sotto i suoi palmi sale una nuvola di vapore, affondano nella neve sino ai gomiti. Scatta in piedi. Tra le dita una luce bianca ruota in un vortice.
 Mi metto in mezzo a loro e allargo le braccia. «Okay, ora siete pari, puoi andare Derek.»
  «Ma lei…»
 «Vattene Derek, velocemente.»
 Lui raddrizza le spalle. «Va bene ma tieni a cuccia la tua amica.»
  La bambina cambia espressione. Sembra avere le fiamme negli occhi. Le vene del collo si ingrossano e le sopracciglia si inclinano.
  Tocco la spalla di Derek. «È meglio che tu te ne vada.»
 Il ragazzo si gira, mi colpisce al volto e si allontana a lunghe falcate.
  Finisco con il sedere sulla neve e le gambe all’aria.
 Silgiu mi guarda l’occhio. «Ti fa mae?» Allunga il dito.
 Mi allontano. «Mi puoi guarire Sil?»
  Raddrizza la schiena. «Non posso.» Guarda da un’altra parte.
 «Non puoi o non vuoi?»
 Si rivolge a Derek. «N-non scappae, non soo un cane. Veni qua!»
 Se non fosse stato per quel cappello troppo largo e i pantaloni pesanti, la corsa sarebbe stata più agile ed elegante.
 Il ragazzo corre verso la madre. Silgiu lo insegue con movimenti scomposti. Sembra un pinguino saltellante.
 «Mamma, Silgiu mi vuole picchiare.»
 «Silgiu fai la brava, perché vuoi picchiare Derek?»
 Si ferma, con i pugni sui fianchi, si volta verso di lui e tira fuori la lingua.
 Guarda la mamma del ragazzo. «L-lui mi ha toccata e mi ha detto ache di andae a cuccia, e io, io non lo sto picchiando, lo sto ghirando e il ghiro non è un picchio!»

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