Capitolo 2
La busta gialla
Innan
08 febbraio 2021
Roma
Come ogni giorno, sono sdraiato sul divano con la testa su un bracciolo e gambe su quello opposto.
Un moscone verde mi ronza vicino al naso. Si allontana e va a calarsi sulla lancetta dei minuti dell'orologio,
appeso alla parete. La lavatrice in bagno sembra posseduta. La centrifuga fa vibrare i muri, arriva il profumo dell’ammorbidente.
Passo le dita sugli angoli degli occhi, mi avvicino alla finestra e pizzico la pelle del collo. La pioggia batte sul vetro, a tratti
rilassante, poi irritante. Stendo i panni.
Rumore di passi. Cammino in punta di piedi, sto attento a non inciampare e vado all’ingresso.
Appoggio l’orecchio alla porta e guardo dallo spioncino. Non c’è nessuno là fuori. No, bisbigli sul pianerottolo, sarà qualche ragazzino.
Mi butto di nuovo sul divano e sprofondo con la faccia nel cuscino. Ora che ci penso dovrebbe esserci da bere da qualche parte. Mi rialzo e mi
muovo scalzo tra gli oggetti sparsi, le piastrelle sono fredde. Attraverso la stanza e apro l'anta dell'armadio. Proseguo a tastoni, non c’è liquore;
controllo dentro i cassetti. Non ricordo dove l'avevo messa, eppure dovrebbe essere qua da qualche parte, ne sono sicuro.
Prendo il cellulare e accendo la torcia e cerco sotto il divano. «Eccoti, bella. Come hai fatto a finire lì? Inutile che ti nasconda, non scappi ormai.»
Allungo il braccio più che posso. Ci sono quasi. «Ma porca… stupida bottiglia, fatti prendere da brava.» La tocco con la punta del medio. «E girati maledetta.»
Presa! La capovolgo, una goccia attraversa il collo e arriva all'anello, come una lacrima.
Precipita sul tappeto e bagna la polvere che da anni, fa da padrona in questo piccolo appartamento di tre camere.
Sposto il “Barone Rampante” e Tutti i Racconti”, da mesi sul tavolo. Butto per aria il “Cinquecento Delitti” e La stiva e l’Abisso”, dimenticati sul divano.
Dove cavolo sono? Non trovo neanche le sigarette. Dovrei avere un pacchetto, da qualche parte.
«Voi ci siete sempre, eh?»
Ne estraggo una. Un puntino brilla rosso, una tirata veloce, il fumo si espande fino al soffitto.
Accendo la luce, sui mobili e sulle pareti mi sembra di vedere i grandi occhi di Gaia; sorridono e mi incitano ad andare avanti. L'ansia mi assale, ma ha ragione.
Devo finirla di mettere questa merda nei polmoni. Prima o poi mi porteranno nella tomba.
Il locale dietro l'angolo è tranquillo e discreto. Daranno da bere a un povero assetato? Lavo la faccia e indosso le scarpe.
Apro la porta, sopra lo zerbino c’è una busta gialla. Non dovrebbe essere qua, la cassetta delle lettere è giù. Avranno sbagliato.
A destra e sinistra non c’è nessuno. Sulla missiva non c'è scritto niente, neanche il mittente, nessuna indicazione utile.
La giro più volte, la sollevo e la metto verso la finestra, in controluce. Non si intravede nulla. La apro, non capisco chi possa avermi mandato qualcosa.
Le persone che conoscevo e amavo ormai non ci sono più. Strofino gli occhi. Un foglio di giornale? Cosa ci faccio? Se avessi finito la carta igienica, forse…
La carta è lucida e liscia: un articolo di qualche rivista.
“L’uomo è il peggiore essere sul pianeta. Ci siamo impossessati di tutto come se fosse nostro e non di tutti gli esseri viventi. Lasciando dietro devastazione e distruzione, siamo responsabili di molte estinzioni. Siamo la cosa peggiore capitata a questo pianeta. Gli altri esseri dovrebbero cacciarci, e chissà cosa succederebbe se…?”
Asciugo la fronte, i battiti accelerano.È passato del tempo e non l’ho più fatto. Devo controllare che sia ancora in tempo. È già iniziata, merda, non mi sono accorto. Ci sono tutti i segnali, e sono qui, sotto il naso.
Stupido, come ho fatto a non notarli. Se non dovessero intervenire subito lo farà Lei.
Forse c’è ancora tempo. Devo avvisarli e sperare; molti secoli fa fece una strage.
Prendo l’oggetto di bronzo, con tre ruote dentate e due asticelle in rame, premo quella a sinistra e una voce maschile esce dagli ingranaggi. «Desidera?»
«Vorrei parlare con il signor Ont Al, se possibile.»
Resto inattesa. Non ho mai capito come funzioni questo aggeggio e non so perché non usino un normale telefono moderno.
La voce bassa e profonda mi sorprende. «Mi dica signor Innan.»
Il dispositivo mi scivola dalle mani e lo prendo al volo. Non mi aspettavo arrivasse così presto. «Credo sia iniziata. Ho analizzato gli indizi e tutti confluiscono nella stessa direzione. Se non fate qualcosa la Terra continuerà a sentirsi minacciata e non so cosa potrebbe accadere.» Con la fronte premo sullo sportello della libreria. «Per ora sta solo inviando piccoli segnali. Se le cose non dovessero cambiare, temo per il peggio.»
Dall'altra parte, l'uomo resta calmo. «Dovrai tornare sull’isola.»
«No, trovate qualcun altro, non posso, non voglio.»
Qualcuno, al piano superiore, ha preso a calci una bottiglia; il vetro si infrange.
«Deve andare lei. Nessun altro ha il permesso.»
Sposto la testa, il grasso della pelle resta sul vetro. «Devo cercare i sette?»
Un cane abbaia per la strada.
«No.»
Non credevo, che un giorno, sarei tornato sull’isola e invece eccomi qua. La costa diventa sempre più vasta. Il cuore inizia a battere forte e i ricordi riaffiorano.
Sono passati cinque anni dall’ultima volta.
Aspetto sulla banchina, non è cambiata: lo stesso ponte in legno porta alla riva e fitte querce secolari formano una parete sullo sfondo.
Arriva il gruppo di accoglienza, non indossano il costume tradizionale questa volta. Prendo il sentiero per il villaggio.
Kantyu fa segno con le braccia. «Innan, dove vai? Non puoi andartene in giro così, e lo sai anche tu.»
«Non fare sempre il guastafeste!»
La piazza non è cambiata: l’acqua della fontana attraversata dalla luce dipinge l’arcobaleno. Kantyu mi fa un cenno, entro nell’edificio a sette punte.
Presenti solo donne e bambine, una di loro mi guarda e ride. Avrà circa quattro anni. Riconosco Tatiana, la sua pelle olivastra è simile a quella di Gaia.
«Ciao Tatiana, dov’è Luja?»
Tatiana si alza. «Non lo sappiamo, nessuno l’ha più vista dal giorno della sepoltura di Gaia.»
Anche la statura è uguale, alta pure lei. «Com’è possibile? Non può essere sparita.» Non ho tempo per queste cose. «Devo tornare all'istituto.»
La donna sposta il mouse e lo mette al centro del tappetino. Si siede e fa roteare la penna tra le dita. «Perché dovrei mentire?»
Ho un problema più urgente in questo momento. «Scusa, come non detto.»
«Sei pronto ad affrontare le conseguenze?»
«Prima devo risolvere una cosa importante, sperando che non sia troppo tardi.»
Tatiana rivolge lo sguardo ai presenti. «Lasciamo la decisione all’albero Sacro.» I quali fanno un cenno d’assenso.
Non ho niente da perdere. «Per me va bene.»
Tutti escono, mi passano davanti e salutano senza guardarmi negli occhi.
Arrivo alla mia vecchia casa. È tutto come lo avevo lasciato. Nelle stanze c’è ancora il profumo di Gaia, le sue risate attraversano le pareti.
È meglio che vada a letto, troppi ricordi risvegliano emozioni dimenticate e potrebbero farmi cambiare idea.
La pioggia di questa notte non sembrava smettere mai. Sono più stanco di ieri, il cuscino è sul pavimento e il lenzuolo attorcigliato alle gambe.
Ho un appuntamento importante.
Siamo intorno all'albero, Tatiana è vicina.
Le maniche della camicia azzurra sono avvolte appena sopra i polsi, le braccia cadono sui fianchi.
Corti peluzzi bianchi, di cotone, spuntano dai jeans all’altezza del ginocchio sinistro. Sfilo i vestiti. Rimango in mutande. Il sole arriva e mi scalda la pelle.
Ha perso altri rami. Gaia mi disse che c’erano problemi; sembrava grave allora ed è peggiorato.
Il vapore si solleva dal muschio, l’odore della terra umida è penetrante. Raggiungo l’albero, a piedi nudi, l’erba è soffice.
Tra le radici dell’albero i sepali del fiore stellato sono chiusi. Anche i petali del fiore sull’albero Sacro non si sono ancora aperti.
La luce bianca sprigionata dal bocciolo si espande tra la chioma, ricordano tante punte di cristallo.
Una mano prende la mia, non me l'aspettavo. La chiudo, l’altra scompare tra le dita.
Perché il cuore batte così forte? Di chi è questo tocco così piacevole? È la bambina di prima ed è bellissima, perfetta. Resto incantato a fissare il suo viso.
Mi porge un disegno, lo prendo. C’è raffigurato un uomo con gambe, corpo e collo molto lunghi.
Le braccia sono disegnate corte, non vanno oltre il petto. Una donna è alta quasi quanto l’uomo, ma proporzionata, e due bambine.
Sono in un grande prato con fiori azzurri, sotto un grande albero. Sembrano felici.
«È per me? Grazie. Chi sono?»
La bambina non risponde, abbassa lo sguardo e sbatte le dita dei piedi a terra.
«Come ti chiami piccola? Io mi chiamo Innan.»
Mi guarda e ride, corre di fianco a Tatiana. Si aggrappa alle gambe della donna e vi si nasconde dietro.
Mi chino. «Hai degli occhi stupendi.» Il sinistro è verde smeraldo, il destro azzurro.
«Uno degli occhi ha il verde di Gaia. Anche i tuoi sono verdi, è tua figlia?»
Tatiana passa le dita sulla fronte e tira indietro i capelli. «Non è mia figlia.»
Le ricadono sul viso.
«Ma tu non hai fratelli o sorelle.»
Estrae dalla tasca un artiglio per capelli.
«È la figlia di una mia cugina.» Raccoglie i ciuffi dietro la testa e li pinza.
Sfioro la spalla della bambina. «Va bene, come vuoi.» Ancora quella sensazione. «Ti posso fare una domanda?»
Tatiana fa cenno di sì con il capo.
«Mi è stato detto che non avrei potuto avere figli con Gaia, perché?»
Lei fa una pausa, guarda la piccola alla sua destra. «Non so bene; so solo che è una questione di differenze nei cromosomi.»
Sul tronco ci sono dei rami bassi, appoggio un piede sul primo e afferro l’altro.
Salgo fino ai rami più alti, si muovono e vengono verso di me, ruotano intorno e mi circondano.
Ai piedi dell’albero Tatiana stringe a sé la ragazzina. La prende in braccio.
Sono avvolto, è buio, tante voci risuonano tra le mie orecchie.
Mi rassicurano e mi fanno sentire amato, non sono solo, non lo sono mai stato.
«So cosa devo fare, farò del mio meglio.»
Salto a terra, Tatiana mi fa l’occhiolino.
Appare ancora il sorriso di Gaia. Mi butto tra le radici, sul prato dove riposa.
Una lacrima cade, arriva al bocciolo del fiore nel sottobosco, risplende di luce azzurra e si schiude.
La bimba mi prende la mano, io mi asciugo le lacrime.
Gli abitanti sono andati via, restano Tatiana e la bambina. Tatiana mi allunga una scatola, è nera con sette lati opachi, consumati e bruciacchiati.
Sulla parte superiore c’è un eptagramma in altorilievo, con una bocca chiusa al centro.
«Questa è meglio se la conservi tu,» dice Tatiana.
«Mi chiamo Juno. Perché pianghi? Mia mamma dorme qua.»
«Davvero? Anche la donna che amo.»
Mi tira la maglietta. Mi chino.
Juno sussurra all’orecchio. «Sì, lo so.» Si gratta la punta del nasino. «Per faore, trovi mia sorea?»
«Come si chiama?»
La bambina guarda la donna. «Non o so.»
Rigiro l’oggetto, lo scuoto all’altezza dell'orecchio. «Cosa contiene?»
Tatiana solleva le spalle. «Mi è stato detto solo che non dovrebbe essere mai aperta e credo sia un buon consiglio.»
«Perché la dai a me?»
«Te l’ho detto, è più al sicuro con te.»
«Perché dovrebbe essere tenuta al sicuro?»
Tatiana abbraccia Juno. «Lo scoprirai.»
«Troverò tua sorella, Juno. Giuro.»
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