Il Narratore e il lettore

Quando il narratore si rivolge direttamente al lettore, la percezione della storia cambia. La narrazione smette di scorrere liberamente e lascia spazio a una voce che interviene, commenta o interpella chi legge. Se questa scelta è parte integrante della costruzione del testo, può definirne lo stile e rendere più marcato il rapporto con il pubblico. Se invece è usata senza un preciso obiettivo, rischia di deviare l’attenzione dagli eventi e ridurre l’efficacia della scena.
Ogni romanzo stabilisce fin dall’inizio il proprio equilibrio tra narrazione e intervento del narratore. Alcuni raccontano i fatti senza rendere percepibile chi scrive, altri scelgono di introdurre una voce che guida e si rivolge direttamente al lettore. Alternare questi due approcci senza coerenza può trasmettere un senso di indecisione, come se il testo non avesse trovato la propria identità.
Nel teatro, gli attori recitano ignorando il pubblico. Anche nella narrativa, il lettore è immerso nella storia senza essere chiamato direttamente in causa. Un narratore onnisciente può introdurre riflessioni o anticipare eventi, ma rimane parte del flusso narrativo. Se invece interpella chi legge, il meccanismo cambia: la storia si interrompe e l’attenzione si sposta su chi la racconta. Questo può essere efficace se usato con criterio, ma se inserito senza una funzione chiara, il risultato è una rottura che può rendere più difficile il coinvolgimento.
Scrivere "Ora ti spiego cosa sta succedendo" porta il lettore a riconoscere la presenza di una voce esterna, che si sovrappone agli eventi e ne altera il ritmo. Invece, una frase come "Elisa rimase immobile nel gelo della stanza, lo sguardo impassibile" permette che sia l’azione stessa a trasmettere il significato, senza bisogno di intermediazioni. L’esperienza resta fluida e naturale.
Ci sono casi in cui questa tecnica non solo è giustificata, ma costituisce il cuore stesso del romanzo. Alcuni testi costruiscono l’intero impianto narrativo su un dialogo costante con chi legge, rendendolo parte integrante della struttura. Tuttavia, in un contesto realistico, un intervento improvviso del narratore può risultare estraneo alla narrazione, come una voce fuori campo che interrompe il flusso della scena.
A volte il narratore si rivolge al lettore perché cerca di orientarne la comprensione, colmando con spiegazioni ciò che il testo non riesce a trasmettere da solo. Questo tipo di intervento può indebolire la narrazione, facendo percepire una certa insicurezza nella costruzione della storia. Se il narratore sente il bisogno di spiegare invece di mostrare, il testo rischia di apparire meno incisivo e meno immersivo.
Ci sono, però, generi in cui questa interazione è non solo accettabile, ma necessaria. Nei romanzi umoristici, rivolgersi direttamente al lettore può accentuare l’ironia e creare un gioco di complicità. Nei diari fittizi e nelle lettere, il destinatario è implicito fin dall’inizio, rendendo naturale un’interazione diretta. Nei romanzi sperimentali, abbattere la barriera tra autore e lettore può essere una scelta consapevole per esplorare nuove forme di narrazione.
Se il narratore decide di rivolgersi a chi legge con uno scopo preciso, il testo ne guadagna in coerenza e personalità. Se invece lo fa senza necessità, per guidare in modo superfluo o per colmare una mancanza, rischia di rendere meno efficace la storia. Un buon racconto non ha bisogno di spiegare troppo: la sua forza sta nella capacità di far emergere il significato attraverso ciò che accade, senza interferenze.

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