Capitolo 3

Finalmente insieme

Emil

Sette mesi dopo, 12 settembre 2021
Port Blair
Aeroporto Internazionale Veer Savarkar

I raggi del sole dipingono di rosso i contorni della montagna. Abbiamo saltato il pranzo e inizio ad avere fame.
  Siamo dentro un furgone bianco parcheggiato a spina di pesce nei posti riservati ai mezzi di scarico carico merci dell’aerostazione.
  Aspettiamo l’arrivo di quattro ragazzi e tre ragazze, il mio collega mi sorride.
 «Che cos’hai da ridere?»
  Avvicina il petto al volante e allunga il collo. «Dovresti conoscere a memoria le loro facce, eppure tieni ancora le fotografie sul cruscotto.»
  I finestrini anteriori sono abbassati e il continuo viavai dei mezzi di servizio inizia a infastidirmi. L'odore di scarico delle auto entra nell'abitacolo, il mio collega al volante si tappa le narici. Guarda l’orologio. È annoiato pure lui, passa la mano sul cruscotto, fa cadere due lattine e i sacchetti di patatine vuoti. Mi scappa un sospiro, non posso distogliere lo sguardo dallo schermo del computer. Una goccia di sudore mi entra nell’occhio destro, ci sfrego sopra l’indice, mi avvicino al parabrezza e sposto la Glock quarantaquattro. Prendo un fazzoletto di carta, lo apro con colpo secco e lo passo sulla fronte.
 Quattro telecamere, montate tra i pilastri e il controsoffitto, mostrano le immagini sullo schermo del computer. Controllo l’interno dell'aerostazione. Passeggeri in arrivo e in partenza si muovono con passo veloce, alcuni calmi e rilassati, qualcuno corre e sventola fogli, altri si trascinano dietro la valigia.
 A me interessano solo i quattro ragazzi e le tre ragazze.
Tre di loro guardano lo schermo del cellulare, seduti sulle panche in metallo.
 Una giovane donna lecca un gelato e sbircia nella vetrina dell’emporio. Gabriel e Isabel sostano davanti al bar. Ariel, appoggiata a un pilastro, legge “Al di là del bene e del male”.
  «Ancora niente?» sussurra il mio compagno e picchietta le unghie sul volante.
 «Smettila con questo rumore, mi dà sui nervi.» Questa è la centesima volta che me lo chiede.
 «Quanto ci vorrà?»
 Scrollo le spalle. «Non sono un veggente, è da qualche secolo che non si incontrano e all’epoca non ero neanche nato. Forse tu invece c'eri, considerando le rughe che hai sulla faccia.»
 L’autista mette la testa fuori dal finestrino e sputa. «Ho il simpaticollega, bene.»
  «Aspettiamo, procediamo come stabilito.»
 Daniel osserva l’orologio alla parete, segna le diciotto e trentasei minuti. Sfrega il puntale della scarpa sul polpaccio, si gira verso la porta scorrevole in ingresso e sospira. Estrae un foglio dalla tasca e una matita dal taschino.
  «Preparati, ci siamo. Dovrebbero esserci più persone a quest’ora, sia in partenza che in arrivo.»
 Josefine abbassa la serranda, tira su le maniche del micro cardigan e si china. La gonna a tubino scivola giù e scopre le fossette di venere.
 «Niente da ridire, ha un bel fondoschiena.»
  «Cosa hai detto?»
 «Che mi fa male la schiena.»
 Josefine inserisce l’arco del lucchetto tra maniglia e anello nel pavimento, lo serra e si gira verso un inserviente. Porta le mani sui fianchi e inarca la schiena. Afferra la borsa e abbassa la visiera del basco.
 Le telecamere ruotano e seguono i movimenti del mio dito sul touchpad.
 Che le prende? Perché incrocia lo sguardo di Daniel?
 Gli sorride e strizza l’occhio. Ha visto il segnale dell’uomo, punta il bagno, spalanca la porta e sparisce all’interno.
 Daniel passa il pollice sulle labbra, sposta i ciuffi neri dalla fronte e si gira dall’altra parte.
 Isabel attorciglia i capelli lisci con l’indice, controlla nel riflesso della vetrina, sfiora l’orologio nel polso destro.
 In prossimità della porta dei servizi igienici, sosta un carrello attrezzato con contenitori e prodotti per le pulizie. La maggior parte dei flaconi sono trasparenti e pieni.
 Un inserviente calvo indossa una tuta azzurra con due o tre taglie di troppo. Piegato in avanti, maneggia un bastone e strofina lo straccio a destra e sinistra, sempre nello stesso posto. Al suo fianco, un cavalletto giallo con l'immagine stilizzata di una persona che scivola.
 «Se quello è un vero inserviente, allora io sono un ballerino di tip tap.»
 «Cos’hai detto?»
  «Niente.»
 Le serrande si chiudono, un uomo con vestito scuro passa di fronte a Samuel. Il tizio ha chiazze di sudore sul petto, supera il ragazzo e prosegue fino a svanire dietro una porta a vetri.
 Samuel pizzica il lobo dell’orecchio, solleva il monociglio e si volta verso il bar con la serranda abbassata. Si sposta al centro della sala.
 Mabel arriccia le labbra, è seduta nella seconda fila. Osserva le ragazze e i ragazzi, si alza, mette lo zaino sulle spalle e passeggia verso l’uscita.
 Gabriel cammina in direzione del bagno, i capelli marroni li coprono gli occhi, muove l’anta avanti e indietro. La porta resta chiusa. Va dove è passato il tizio in nero, anche quella è serrata.
 Non c’è più l’addetto alle pulizie, dove si sarà cacciato?
 Una delle ragazze si dirige all'uscita. Si blocca a pochi centimetri dalla porta scorrevole, si china, scioglie il nodo ai lacci delle scarpe e lo rifà. Si solleva e si avvia verso il centro del locale.
 Gabriel si guarda le spalle, anche lui va in mezzo alla camera.
  Michael corre verso l’autonoleggio, lunghi capelli marroni li scivolano sulla schiena. L’uomo dall’altra parte della serranda, allunga il braccio e tira la saracinesca verso il basso.
 Il ragazzo finisce contro la griglia metallica, torna indietro e cammina al centro della stanza.
 Ariel storce il naso. Con la schiena contro il pilastro ripone il libro nello zaino e va al centro del locale. I ragazzi e le ragazze si ritrovano tra le panche, schiena contro schiena, rivolti verso gli accessi.
 Accendo il microfono. «Intervenite.» Mi rivolgo al mio collega. «Sai cosa devi fare.» «Cos’hai visto?»
 «Adesso vai!»
  «Finalmente, non sopportavo più l’odore di plastica nuova.»
 Si precipita fuori dal furgone.
 La donna arriva dal bagno. Nel quadrato nero, sullo schermo del computer, compaiono immagini e anche l’audio. L’inserviente sbuca da una porta, oltre una parete ad angolo, l’uomo in abito scuro esce dalla porta a vetri.
  Sono armati e vanno verso di loro.
 «Non sembrate sorpresi,» dice l’inserviente.
 Daniel sorride. «Mai sentito parlare di recitazione?»
 «Cioè?»
  Daniel fa spallucce. «Ecco, appunto.»
 L'uomo li indica con il dito, uno per uno. «Verrete con noi.»
 Samuel fa segno di no. «Non verremo da nessuna parte.»
Il tizio in nero preme la Smith & Wesson sei otto sei sulla fronte di Michael. Cambia idea, la impugna dalla canna e con il calcio colpisce Samuel.
  Ma cosa combina Josefine?
 Samuel urla e cade a terra, tampona la fronte, il sangue scivola tre le dita e arriva ai polsi sino al pavimento.
  Il calvo guarda Samuel e minaccia Mabel. «Il messaggio è arrivato?»
 Isabel annuisce. «Okay, veniamo con voi, sta’ calmo però.»
  Michael aiuta Samuel a sollevarsi. «Riesci a stare in piedi?»
 Samuel spinge Michael. «Lasciami stare, posso fare da solo.»
  Josefine si avvicina all’inserviente e sussurra qualcosa al suo orecchio.
 Maledizione, non sono riuscito a sentire.
 Lui le indica la strada.
  Josefine agita la Sig Sauer P due tre nove davanti alle loro facce. «Infilate i cellulari nel sacco.»
  Mabel leva la fodera delle tasche. «Io non ho il cellulare.»
 «Neanche io,» dice Michael.
 L’uomo con abito scuro tocca Josefine. «Verifica.»
  La donna controlla nelle tasche posteriori di Mabel e Michael, apre gli zaini e li svuota a terra. «Hanno detto la verità.» Cammina davanti al gruppo.
  I ragazzi e le ragazze la seguono lungo il corridoio; i due uomini restano in fondo alla fila.
  Josefine sbircia fuori, spalanca la porta e, con la pistola, indica la direzione da seguire.
  Ci sono quindici Ford Transit Custom rossi con la scritta LESIEPI, e ognuno ha stampato sul portellone laterale il numero sette.
  Il pelato punta la Taurus otto cinque sei UL sotto la scapola di Daniel. «Entrate!»
  I sette si introducono nel furgone con la mia complice e il falso inserviente. Il veicolo è stato modificato: all’interno ci sono dieci sedili, cinque a destra e altrettanti a sinistra.
 L’uomo con abito nero siede alla guida. Un tonfo e vibrazioni, partono, Isabel e Samuel puntano i piedi sul fondo.
 Tutti i mezzi percorrono la strada che porta all’esterno del piazzale. Un botto improvviso, un fruscio, il furgone sbanda e si ferma. Colpi d’armi, l’uomo sventola la pistola verso i ragazzi.
 La sponda laterale scorre.
 Una voce roca dall’esterno. «Non fate sciocchezze, è finita, siete circondati e non avete scampo.»
 Il calvo si sposta alla fiancata opposta, solleva la pistola sul naso. «Ho un'idea migliore.»
  Josefine scuote la testa. «Non fare stupidaggini, resta calmo e ragiona.»
 L’uomo punta la pistola alla guancia di Isabel. «Porterete un altro furgone e ci lascerete andare, oppure sparo in faccia a questa bella ragazza.» Solleva l’arma più in alto. «Un vero peccato rovinare il bel viso. Con questi grandi occhi viola.»
 All’esterno c’è uno dei nostri. «Non potete andare da nessuna parte, arrendetevi, è meglio per voi,» strilla.
  Con l’indice e il medio, premo sul piccolo altoparlante incastrato nell’orecchio. «Josefine, fermalo prima che…»
  Colpo di pistola, Daniel sgrana gli occhi e guarda in basso. Una macchia rossa all’altezza del ventre si espande nel tessuto della maglietta. Il ragazzo alza la testa, si mette in piedi, barcolla e cade a terra. Con la fronte colpisce il bordo del sedile.
 Merda, merda, questa non ci voleva.
  Il tizio con la pistola prende il polso di Josefine e lo tira. «È da un po’ che bisbigli, parli con qualcuno?»
  Spero almeno che lei abbia confermato il tiro.
 Ha acceso la telecamera. L’ultimo spazio nero sul mio monitor si illumina e appare il bersaglio. A mille duecento venticinque metri da loro il mio autista è sdraiato a terra e guarda dentro il mirino termico del suo AW cinquanta. Con il dito sfiora il grilletto. È concentrato sulla voce che sarebbe dovuta arrivare nell’auricolare.
 Quanto ci vuole Josefine? Sbrigati a dare le indicazioni.
  L’indice preme sull’arma, un coleottero con un corno sbatte sul parabrezza. L'ogiva, di sette virgola sessantadue millimetri Nato, squarcia la lamiera alla sinistra del sette.
 L’uomo si accascia a terra.
  È ancora vivo. Porta la pistola all’altezza della fronte e la punta verso Isabel.
  Un botto secco rimbomba nel vano di carico. Dietro di lui, la commessa impugna la pistola dalla canna, l’uomo la guarda e cade a terra.
  I ragazzi e le ragazze escono dal furgone, l’inserviente viene trascinato via. L’uomo al volante ha tre punti luminosi rossi in mezzo agli occhi e uno sul cuore.
  Daniel viene caricato in una barella e trasportato nel camper sanitario.
  Il tizio molla lo sterzo e apre lo sportello. Solleva le mani ed esce, abbassa la sinistra e la infila nella giacca. I puntini rossi sono dieci, cinque tra le sopracciglia e cinque sul petto.
 Con pollice e medio, prende la canna della Beretta Px quattro e la lascia cadere.
 «Eravamo quindici furgoni e avete fermato solo il nostro. Abbiamo sfruttato i punti ciechi, come avete fatto a capire?»
  «Portateli via, non voglio più vedere le loro facce.»
 Due dei miei puntano le armi verso la donna.
  «Lei no, è dei nostri.» Indico la commessa. «Ciao Josefine.»
 La ragazza con il tubino mi consegna le manette e va alla roulotte.
  Mabel arriccia le labbra e cammina verso la donna. «Ehi tu!»
 Josefine continua e si allontana verso Daniel, lo bacia sulla fronte, avvicina la bocca all'orecchio e bisbiglia. «Ti troverò, quando ne avrai bisogno.»
 Mi passa a fianco, sfila gli auricolari, passa l’unghia sull’angolo interno dell’occhio e fa cadere il tutto sopra il mio palmo.
 Mabel la prende per la spalla e la tira indietro. «Perché non sei intervenuta prima?»
  Josefine passa il braccio destro sotto il polso di Mabel, con il sinistro fa leva sul gomito e la ragazza si piega in avanti. Spalanca la bocca, ci ripensa e la lascia andare. «Sono mortificata, è stato un gesto istintivo, non si ripeterà.» Si inchina, mi saluta e va’ via.
 Allargo le braccia per farli avvicinare a me. «Ciao, io sono Emil. So che siete spaventati e avrete mille domande da fare.»
 Ariel storce il naso. «Allora sai parlare! Ho dovuto imparare la tua lingua per comunicare con te.»
 «Buona idea quella di aver sistemato i telefoni nella sala e aver ripreso tutto, bravi.» Mi avvicino ad Ariel. «Non è la mia,» sussurro. «Quando è necessario, sì. Non solo con me, anche tra di voi. Arrivate da angoli diversi del pianeta, è necessario parlare tutti la stessa lingua.»
  Michael si china e gratta un ginocchio. «È stato quasi inutile fare le riprese con il telefono, ma grazie per il complimento. Posso riaverlo ora?»
  «Certo, non posso dirvi altro, per cui siete pregati di seguirmi e non temete, qualcuno vi spiegherà tutto.»
  Si guardano in faccia tra loro, Gabriel striscia il dito sullo schermo e tira su il mento, gli altri abbassano lo sguardo.
  Non sono troppo convinti. «Siete arrivati qua, i vostri genitori vi hanno chiesto di venire, loro si sono fidati. Fatelo anche voi, per favore.» Sono ancora troppo piccoli.
 Isabel incrocia le braccia, Samuel sistema i capelli.
 «Sentite, venite con me sull’isola. Non è molto lontano, parlate con il signor Innan e se non dovesse convincervi, vi imbarco sul primo aereo per casa.»
  Samuel picchietta due dita sul mento. «Non so, ci devo pensare.»
 Mabel lo abbraccia. «Cucciolo, hai paura? chiamiamo la mammina?»
  Samuel sposta la mano della ragazza e la scaglia di lato. «Fa’ la brava, lasciami stare.» Si allontana, no, torna indietro. «O hai qualche problema con me?»
  Mabel sorride. «Nessun problema. In questo posto c’è la piscina?»
 I suoi occhi sono neri.
 Faccio segno di sì. «Siamo tutti d'accordo, quindi.»
  Mabel indica il camper. «E lui?»
 «Dovrà essere medicato. Ci raggiungerà prima possibile.»
  Gabriel apre lo sportello laterale del Nissan, prendono posto e partiamo.
 Svolto a sinistra e ci lasciamo alle spalle Brewbeans bar. Ci addentriamo nel traffico, passiamo tra le case costruite a vanvera, rumori di clacson, ambulanze, sirene della polizia e odore di pipì. Chiudo i finestrini.
  Giungiamo sul porticciolo di Wandoor Jetty, ci attende una Beneteau Oceanis ormeggiata di prua. Afferro la cima e la tiro verso di me. La barca accosta alla banchina. I ragazzi e le ragazze saltano a bordo e prendono posto in coperta. Il marinaio apre le vele, la randa e il fiocco si gonfiano, partiamo e la barca vola sull'oceano.

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