Silgiu e il Cavaliere Nero

Capitolo 3 - Non più sola

Silgiu
08 luglio 2028
Isola nell’Oceano Indiano

Immagine a destraI polsi mi fanno un male boia, le manette stringono troppo. Un sasso spigoloso mi punge il sedere, tutta la caverna e di roccia grigia. Le sbarre in metallo mi tengono prigioniera. Nella volta, i sassi sono attorcigliati da una ragnatela di radici.
Foglia abbaia dall’altra parte della grata. Si piazza davanti e posa il muso su Sem.
Si affaccia un uomo con un orecchino rosso e occhi lucidi. «Perché l’hai fatto? Era tua sorella, ti ha cercato per tutta la sua vita.»
Il petto mi brucia. «Perché io sono stata portata via mentre lei è rimasta qui?» Una luce abbagliante mi ricopre.
All’esterno il vento soffia con raffiche tra gli alberi. Le foglie entrano nella grotta e volteggiano, creando vortici colorati tra i miei palmi.
«Per quale motivo vivete in una remota isola?»
Gli alberi allungano i loro rami, le radici scendono dal soffitto e si estendono sopra di me. Oltre le sbarre, tra la vegetazione si sono riuniti scimmie, capretti, maialini, galline, serpenti, topolini e talpe. Mi alzo e mi dirigo all’uscita. Afferro l’inferriata e la scuoto, del terriccio mi finisce addosso.
Nel cielo volteggiano in circolo uccelli neri e marroni.
Sulla destra, un gruppo di persone confabula; alcuni di loro mi puntano il dito. Non riesco a capire cosa stiano dicendo. Si distanziano, sembrano spaventati.
Una signora con iridi verdi si fa largo e mi accarezza il dorso della mano. Calmati ora, Silgiu. Perché lo hai fatto?»
I miei battiti rallentano; questa donna, in qualche modo, riesce a calmarmi. La sua presenza mi conforta.
«Mi chiamo Tatiana.»
Le do le spalle e ritorno in fondo, mi siedo sopra un sasso e incrocio le gambe. «Voglio essere liberata, fatemi uscire. Devo trovare Innan.»
«Non so per quanto tempo riuscirò a tenerli a bada,» sussurra Tatiana con voce tremante.
Sbatto le manette contro la roccia; il clangore riverbera nel brusio della gente. «Tutti amavano tua sorella,» dice Tatiana sollevando la voce per coprire il chiacchiericcio dei presenti.
«Sì, ma quella non era mia sorella!»
Tatiana mi squadra oltre la grata di ferro. «Non ho capito, potresti ripetere?»
Gli abitanti si radunano intorno alla donna, armati di bastoni e sassi.
L’uomo con il grosso naso picchia il ferro con una spranga. «Deve morire, lei è il Male.»
Una signora con i capelli bianchi si fa largo tra la folla. «Sì, dobbiamo liberarci di lei.»
Un individuo spunta da sotto l'ascella di Tatiana e mi lancia un sasso. L’impatto sulla fronte rimbomba, la vista mi si annebbia.
Un ragazzino con la maglietta bianca mi scaglia un bastone, che sibila nell’aria e mi colpisce al fianco. Mi piego per il dolore.
Sem fa la gobba, lo rassicuro con un gesto. Voglio che rimanga calmo e non reagisca.
Dov’è Foglia?
Queste persone non conoscono la verità; sono guidate dal dolore. La loro rabbia è un sentimento potente, in questo momento provano solo odio e disprezzo nei miei confronti. Hanno paura, hanno visto di cosa sono capace, sono terrorizzati da me.
«Siete all’avanguardia, avete una tecnologia, eppure minacciate una bambina. Come potete considerarvi un popolo pacifico ed evoluto?»
Tatiana tende le mani per calmare la situazione. «Ragazzi, lei ha ragione, dovete fermarvi!»
C’è trambusto là fuori: si minacciano, sembra che ci sia l’inizio di una rissa. Un uomo ha un arco con pulegge e una luce rossa che punta il mio torace; le maniche tirate su rivelano braccia dense di muscoli e ricoperte di lunghi peli. Con un movimento brusco, spinge Tatiana, facendola ruzzolare al suolo, e arma la freccia. Daniel avanza a spintoni, si ferma a pochi metri dall’arciere, prende la mira e lancia un coltello. Il tizio scocca: il legno si contorce per la tensione e la punta in metallo scuro si avvicina.
Il pugnale prosegue la sua corsa verso la freccia colpendola al volo con un rumore metallico. Il dardo rimbalza sulla roccia e giunge ai miei piedi.
«Che cosa ci fate qui?»
Foglia scodinzola; li ha chiamati lei, ci scommetto.
Daniel afferra il suo cappello azzurro per la visiera. «Dopo tanto tempo, abbiamo infranto il giuramento e siamo entrati in città.»
«Io non ti ho chiesto niente!»
Rigira il berretto, mi guarda e sorride. «Sei al sicuro ora.»
Gabriel e Isabel distanziano gli abitanti. Michael tiene il tizio peloso per il collo, Mabel dà spintoni all’uomo con il nasone e Ariel protegge Samuel che forza la serratura.
Entrano, i quattro ragazzi mantengono le persone a distanza, Mabel mi aiuta a rialzarmi e Ariel libera i miei polsi dalle manette.
Daniel fa un cenno, invitandomi ad avvicinarmi. «Adiamo, Silgiu, vieni con noi. Qui non sei al sicuro.»
«Io non ho fatto niente di male e non scapperò.»
Samuel mi solleva per il polso. «Non è il momento di fare i capricci.»
Con un pugno lo colpisco allo stomaco e gli faccio la linguaccia. «Ho detto che non verrò da nessuna parte.»
Samuel spalanca la bocca e fa due passi indietro. «Questa scena mi sembra di averla già vissuta.»
Basta, nessun’altro si batterà per me. Ho perso fin troppi amici a causa mia. Mi siedo sul sasso e serro i pugni.
«Lasciatemi sola, non ho bisogno di voi, non ho bisogno di nessuno.»
Immagine a destraMi rannicchio nel profondo della caverna. Non lascerò che vedano il mio dolore, né mi sorprenderanno a piangere. Foglia mi lecca la faccia.
«Foglia! Basta, vattene.»
La cagnolina nasconde la coda e si siede, Sem la imita accovacciandosi accanto a lei.
Tatiana viene da me. «Silgiu è solo una bambina, non la conosco personalmente.» Si china e mi fissa. «Ma mi fido di lei.» Posa il pollice sulla mia guancia e asciuga le lacrime. «Davvero pensate che sia capace di uccidere la sorella senza motivo?»
Mi aiuta ad alzarmi. «Dopo aver fatto di tutto per tornare a casa?» Mi fa l’occhiolino. «Io, non credo. E voi?»
Donne, uomini e ragazzini retrocedono dall’ingresso.
Tatiana mi afferra la mano. «Vieni con me, andiamo a casa.»
«Io non sono una bambina!»
Un fruscio nell’aria, mi volto, un oggetto appuntito sfreccia nella mia direzione. Foglia salta e mi spinge, urto la parete della caverna.
La cagnolina, appollaiata sul pavimento roccioso, guaisce, con una lancia infilzata nel torace. Sem le lecca il muso.
Tatiana afferra il giavellotto e lo estrae dal corpo di Foglia, che si trascina da me lasciando un rivolo rosso.
Resto immobile con lo sguardo fisso, nel buio della caverna mi scuotono le parole urlate. La confusione si fa sempre più intensa, le persone litigano con violenza. Daniel continua a infierire sul viso insanguinato di un uomo. Gabriel sferra un calcio alle costole di una persona calva. Michael si china e, con il tallone, colpisce la caviglia di un ragazzo magrolino facendolo ruzzolare a terra. Mabel e Tatiana si occupano di Foglia, Isabel si piazza davanti a me facendomi da scudo per proteggermi.
Ariel mi scuote. «Silgiu, ripigliati.»
Tutto questo è successo per colpa mia.
Inizio a correre, evito le persone e mi lancio tra gli alberi.
Corri Silgiu, vai più veloce dei Caribù.
L’unico desiderio che mi guida è quello di scappare, di staccarmi da tutto e da tutti, evitare che nessun altro ci vada di mezzo. Continuo a correre senza voltarmi, spingendo le gambe sempre più veloci, fino a sentire il dolore. Continuerò ad avanzare, finché ce la farò e oltre.
Sopra di me, uno stormo di uccellini traccia il mio cammino; un gruppo di scoiattoli mi segue, saltando di ramo in ramo.
Alle mie spalle, Sem miagola, fatica a seguirmi.
Il cielo si tinge di un grigio cupo, una goccia mi rimbalza addosso, seguita da molte altre, ma non importa. Cercherò di allontanarmi il più possibile e continuerò a correre.
Inciampo su un sasso e rotolo fino alla base di un albero. La corteccia presenta spaccature longitudinali, dalle quali fuoriesce una resina azzurra fosforescente.
Mi raggomitolo tra le radici della grande pianta; la luce dei lampi attraversa il cielo illuminando il paesaggio.
Due rami si abbassano e, avvolgendomi, mi sollevano fino a lasciarmi sospesa in aria. Gli altri iniziano a crescere e a sbucare da ogni parte, moltiplicandosi da due a quattro, e a otto.
Sono immersa nell’oscurità, imprigionata dai rami.
Sulla spiaggia desolata non si scorgono né la morbida sabbia né le impronte dei gabbiani. I granelli sono coperti da bicchieri, bottiglie colorate, tappi e vecchie scarpe.
Nell’acqua, gli uccelli marini lottano per alzarsi in volo, trattenuti dalle reti da pesca abbandonate. Una tartaruga di mare emerge e dalla sua bocca fuoriesce una busta trasparente. Una foca è avvolta alla cima di una barca abbandonata, incapace di tornare nel suo habitat naturale. Una balena con la pelle maciullata, è coperta da strati di nylon, intrappolata e soffocata dal materiale inquinante.
Uomini vestiti con tute bianche analizzano i corpi senza vita dei cetacei spiaggiati. Estraggono frammenti di plastica dal loro stomaco e li inseriscono in provette, etichettate con la scritta: “morbillo dei cetacei”. I contenitori con i campioni vengono conservati in recipienti più grandi, contrassegnati con: “possibile salto di specie”.
Le foglie si aprono, i rami mi poggiano sulle radici che spuntano dal terreno. L’acqua cade sulle chiome degli alberi.
«Foglia,» grido, la stavo scordando.
Il sole è oscurato dalle nuvole, e un fresco venticello inizia a soffiare; mi stringo tra le braccia.
«Sem, dobbiamo tornare.»
Metto piede nel villaggio, le strade sono deserte. Percorro la piazza adornata dal marmo bianco e mi fermo sul mosaico dalle sfumature azzurre, dove troneggia la statua. I vestiti mi si sono appiccicati addosso e, come se non bastasse, i miei denti sbattono tra loro in un ritmo frenetico. Una coppia si affaccia dal balcone di una casa marrone e verde; un cane abbaia nel giardino adiacente.
Un portone si spalanca sulle scale di un edificio, con una fontana poco distante. Qualche ora fa, da lì è uscita la mia finta sorella. Sbuca Tatiana, impugna un ombrello aperto e tiene un indumento piegato sotto l’ascella. Avanza con passo deciso, apre la giacca e mi copre. «Entriamo, Silgiu, o ti ammalerai.»
Resto immobile. «E Foglia? come sta? Portami da lei, per favore.»
Tatiana annuisce con un sorriso. «Va bene, vieni con me. Fortunatamente Foglia non è in pericolo di vita.»
La seguo, un anziano signore esce dal portone della sua casa, indossa una canottiera bianca. Acanto a lui, una signora con i bigodini scuote il capo.
«Non preoccuparti per loro,» dice Tatiana.
Sem ci precede, con il muso spinge la porta per aprirla. Ci accoglie un dolce profumo di resina. Foglia corre da me, scodinzolando, mi salta addosso, mi butta a terra e mi lecca il viso. Ha delle fasciature che le coprono la ferita.
«Tatiana.» Sorrido. «Come ha fatto a guarire così in fretta?»
Lei mi accarezza. «Non doveva essere così grave.»
Era molto grave, invece. «Avete usato l’unguento di Nonna, vero?»
Tatiana mi dà un buffetto sulla spalla.
Nel centro della stanza c’è un grosso tavolo dalla forma irregolare, circondato da sei donne sedute, ognuna con un tessuto azzurro drappeggiato.
Vicino ai pilastri sono posizionati Daniel, Ariel, Michael, Gabriel, Samuel, Mabel e Isabel.
Sbuca una signora con una spirale gialla sul vestito. «Ci vuoi raccontare il motivo del tuo gesto? perché hai ucciso tua sorella?»
Tatiana mi strizza l’occhio; i ragazzi mi fanno segno di sì con la testa. Sem si lecca il sedere e Foglia scodinzola.
Tutti sembrano incoraggiarmi a parlare, a giustificarmi. Perché dovrei farlo? Queste persone non significano niente per me.
«Perché sono stata rinchiusa in una grotta?»
C’è un delizioso profumo nell’aria, evoca i ricordi dei momenti trascorsi con nonna Lucja, quando, sfogliando le pagine di libri, esploravamo mondi diversi, scoprendo rifugi dall’ordinario e sentieri verso l’immaginario.
Una signora, con i capelli raccolti, si alza. «Non abbiamo celle qui, nemmeno forze dell’ordine. Non sapevamo dove metterti.»
«E avete pensato di buttarmi in una caverna! Non avrei fatto del male a nessuno.»
Tiro la mano di Ariel. «Non voglio stare qui,» sussurro.
Ariel si china su di me. «Verrai a stare con noi.»
La donna accenna un passo. «Non era per proteggere loro, Silgiu.»
«Sì, certo, come no. Va bene, Ariel, a una condizione.»
Daniel fa schioccare le dita. «No, la condizione la mettiamo noi.» Si leva il cappello. «Nessun altro si sacrificherà per te.» Lo dà a me. «Dovrai imparare a combattere, a difenderti da sola.» Si incammina all’uscita.
Ma chi si crede di essere? Non è Anori e nemmeno Nonna Lucja. Mi tolgo il copricapo e lo scaglio a terra. Perché mi arrabbio così? In fondo è quello che volevo.
Rimetto il berretto e abbasso la visiera. «Verrò con voi.» Mi dirigo all’uscita.
Tatiana e le altre donne restano immobili.
Agli altri tre ragazzi scappa un sorrisino, invece le ragazze si scambiano un’occhiata e annuiscono.
«Andiamo, Sem, Foglia. Dovrete imparare a lottare.»
«Sarebbe meglio che Foglia rimanesse qua per questa notte, potrai tornare domattina,» dice Tatiana.
«La cagnolina sta bene, sono sicura che non avrà alcun problema ad affrontare la passeggiata.»
Ripenso ai consigli di Derek e mi rendo conto di come, per non averlo ascoltato, io abbia causato la morte di tanti amici.
«Va bene, Foglia, per questa notte starai qui, domani verrò a prenderti. Giuro.» Mi chino e accolgo il musetto di Sem tra le mani. «Fa’ compagnia a Foglia e assicurati che non le succeda niente.»
Le donne al tavolo ci fissano. Alzo il dito medio con la destra, mostro l’indice e il mignolo della sinistra, sollevo le braccia e seguo Daniel.

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